1 mese prima
Agosto, 2021
Noel e Gabriele entrarono nel manicomio tenuto sotto controllo dalla loro organizzazione, la Salvezza.
Giuditta D’Antei aveva sedici anni, ma ne dimostrava molti meno.
Questa era la cosa peggiore: una ragazzina dall’aspetto angelico, con i capelli biondo platino e gli occhi così chiari da sembrare, quasi, bianchi, era stata ricoverata per schizofrenia e disturbo di personalità multipla dieci mesi prima.
Si diceva che le fossero state diagnosticate almeno cinque personalità, ma durante le loro visite Noel e Gabriele avevano potuto conoscere solo tre di esse.
I medici non disdegnavano nemmeno l’idea che potessero scoprirne delle altre, dal momento che le ultime erano state rilevate da poco. Prima di allora, la madre adottiva della ragazza aveva sempre pensato che la figlia ne possedesse solo due.
«Pronto per il teatro degli orrori?», domandò Gabriele con un sorriso pigro. Era un agente da un anno, aveva iniziato a lavorare per la Salvezza appena diventato maggiorenne, per rendere fiero il padre. L’uomo, al contrario, aveva lasciato il posto appena lui era entrato così da poter passare il resto dei suoi giorni rinchiuso in un bar, ormai troppo segnato dalla vita.
«Ho forse una scelta?», replicò il collega. Erano diventati amici più o meno quando avevano iniziato a lavorare insieme. Noel non era lì per desiderio, o voglia di onorare i genitori, o senso di giustizia. Si trovava in quell’organizzazione perché era la sua unica possibilità per non passare gli anni a venire in prigione.
I due uomini si presentarono alla segretaria che diede loro subito il lasciapassare, abituata ai loro visi e al corrente delle ragioni delle loro visite.
Giuditta D’Antei, la misteriosa e inquietante ragazzina, quel giorno era impegnata a fare meditazione seduta sul pavimento, incurante delle gambe nude che toccavano il pavimento freddo. Il vestito bianco in pizzo le arrivava appena alle cosce.
Anche se sembrava molto concentrata, ogni tanto apriva gli occhi e faceva smorfie rivolte verso il cielo.
«Buongiorno, tesoro», la salutò Noel, bussando alla porta aperta.
«Sono una brava ragazza, io, e una brava ragazza non parla con due assassini», rispose lei con voce cantilenante. La voce che usava quando si comportava come se fosse una ragazza timorata di Dio, che disdegnava il male e il peccato. Quella era la sua seconda personalità. La prima, quella normale, emergeva di rado.
«Io non sono un assassino», si difese prontamente Gabriele, offeso dall’accusa.
«Sai che con lei tutto è possibile, vero?», lo stuzzicò Noel.
Gabriele lo guardò, un attimo, sorpreso, riflettendo sulle sue parole, ma poi scosse la testa. «Sarò più specifico con i verbi, se preferisci. Io non sarò mai un assassino».
Il motivo per cui erano lì era dovuto alle capacità innaturali della ragazza.
Giuditta D’Antei pareva benedetta dal dono della preveggenza.
La maggior parte delle parole che pronunciava, anche se ad un primo ascolto apparivano assurde e folli, rivelavano sempre un fondo di verità nel lungo periodo.
Era il caso più chiacchierato di tutta l’organizzazione: alcuni agenti erano ossessionati da lei, ragion per cui il suo caso era stato affidato a Noel e Gabriele, i quali riuscivano a rimanere ragionevoli in sua presenza senza esaltarsi. Altri agenti, invece, erano spaventati e non volevano avere alcun contatto con la ragazza.
«Che favoletta ci racconti oggi?», domandò Noel, calmo. Sapeva che ci voleva un po’ di pazienza prima che la ragazza si lasciasse andare.
Andavano da lei sempre il 7 del mese.
Pronunciava tutto l’anno parole che se bene interpretate rivelavano indizi sul futuro, ma solo in quel giorno per lei magico enunciava delle vere e proprie profezie.
E gli innumerevoli scienziati della Salvezza non erano ancora riusciti a spiegare perché solo il 7 del mese sfornasse profezie. Non erano neppure sicuri di avere gli strumenti adeguati per scoprirlo.
Ma Giuditta D’Antei, tra i tanti misteri, presentava un’eccezionale stranezza anche il giorno del suo compleanno.
Il 27 gennaio parlava di continuo per ventiquattr’ore, toccando gli argomenti più disparati della società. I capi della Salvezza, appena scoperto questo particolare, avevano riavvolto il nastro della telecamera della sua stanza e avevano trascritto ogni parola pronunciata. Con tutti gli appunti che avevano messo insieme grazie a lei avrebbero potuto scrivere un’enciclopedia.
Il caso di Giuditta, nonostante l’aura di mistero, irrazionalità e terrore che la circondava, era davvero affascinante.
«Ricordate che se ho nostalgia dell’inferno è solo perché sono stanca di sentire voi umani piangere!». La ragazza fece una risata roca e sinistra, molto simile a quella di un uomo, ma Gabriele e Noel si erano abituati a sentire la sua voce deformarsi.
Quella era la personalità che loro definivano la numero tre: si esibiva con risate grottesche, insulti volgari e preghiere al diavolo. Avrebbero potuto farci un film horror.
«Su, Giuditta, non girarci intorno, puoi fidarti di noi», provò ad addolcirla Gabriele.
«Se fossi finito in un altro corpo vi avrei già stuprato, bastardi!», gridò la ragazza.
«Basta perdere tempo con le stronzate, tanto sappiamo qual è la parola magica», proruppe Noel. «Futuro. Cosa vedi nel futuro, Giuditta?», domandò, sporgendosi verso di lei.
Lei gli rivolse i suoi piccoli e furiosi occhi, prima di addolcirsi e iniziare a proclamare:
«Il giorno dei cigni neri è alle porte,
è arrivato il momento che il vostro mondo corrotto
Cambi il suo sistema per una sofferenza più grande
E la collettività comprenderà i grandi errori del millennio
Anche se acquistate violette profumate ci sono delle spie nel sistema
Le tecnologie che avete ideato per raffreddare le emozioni
Falliranno e si ribelleranno ai vostri velenosi burattinai
Virus diabolici vi danneggeranno irrimediabilmente
E scadrà il vostro tempo da dedicare a lussi e conforti
Se aprite gli occhi potete vedere le conseguenze già in corso
Continuate pure a distruggere la natura che vi ha ospitato
Finirete in un mondo dove non ci sarà posto per i vostri peccati».
Noel prese nota in un taccuino delle parole della giovane.
«È incredibile», commentò Gabriele con un sospiro. «Hai scritto tutto bene?».
«Non mi sono fatto sfuggire niente. So quanto sono importanti le parole con la nostra Giuditta», Noel rivolse alla bionda un sorriso, ma lei aveva ricominciato a fare facce disgustate rivolte verso il soffitto, come se ci fosse una zanzara che le ronzava intorno, disturbandola.
«Grazie, cara, ci vediamo il prossimo mese», la salutò Noel, anche se lei non rispose, persa nelle sue mille oscurità. Prima di andarsene si chiese come fosse possibile vivere così, con un nemico così gigante e spaventoso nella propria testa.
Qualunque fosse la forza ad alimentare Giuditta, qualunque fosse la spiegazione dietro tutto ciò, scientifica o ultraterrena, dopo tutto quel tempo portava ancora Noel a rompersi il capo.
24 ore dopo
Beethoven era al pianoforte.
Virginia camminava a piedi nudi sul prato. L’immagine che aveva davanti agli occhi era estatica: un giardino verdeggiante in cui le protagoniste indiscusse erano satina, da cui si dipanava una miriade di fiori di colore rosa, e cannabis. Un panorama avvolto da un cielo candido, azzurro e soleggiato.
Aveva la pelle d’oca per la visione di tanta bellezza, ma non era solo la sfera visiva a farla emozionare: la brezza dell’aria, pulita e inebriante, le riempiva i polmoni di una sensazione di purezza.
Era un ambiente stupendo, così diverso dalla Roma che ricordava, anch’essa bella, poetica ma piena di tormento.
Lì, invece, tutto era perfetto, una dimensione onirica.
Il pensiero della Roma dannata che conosceva ebbe effetti negativi sull’universo intorno a lei, e così iniziò a cambiare.
Virginia vide il prato marcire e il cielo diventare arancione, ardente, quasi come se zampillassero raggi di fuoco.
L’unica immagine sublime del mondo incantato di pochi secondi prima era rappresentata da una folla di cigni. Erano neri, inquietanti ma bellissimi.
Cercò di aggrapparsi alla loro visione mentre il tempo cambiava, ma poi i cigni strillarono in coro, terrorizzandola e facendole schizzare il cuore fuori dal petto per la paura.
L’organo ruzzolò a terra, sporcando di sangue il terreno.
Virginia urlò, poi saltò a sedere nel letto.
La quiete della notte buia non fece che accrescere la sua ansia.
La festa dedicata al nonno sarebbe iniziata alle sette.
Virginia controllò il suo riflesso nello specchio pieghevole, si assicurò che la camicia fosse a posto e i capelli, biondi, a caschetto, ben pettinati.
Lei, doveva, essere perfetta.
Sua madre Ofelia ci teneva molto che alle riunioni di famiglia avessero tutti un’estetica impeccabile, soprattutto nelle foto di gruppo, nonostante durante l’anno lei e i suoi fratelli la vedessero pochissimo. Il lavoro la impegnava molto e la vita che si era ricostruita dieci anni prima con un uomo che non era loro padre non le dava tregua.
Così, anche se la assecondava durante il poco tempo che passavano assieme, Virginia la mal sopportava. Peggio, la odiava. Era convinta che la madre fosse il motivo per cui fosse così infelice nella vita. Sia a livello economico sia quando la notte andava a dormire.
Ma la rabbia non era l’unico sentimento che la giovane donna, che si sentiva una bambina, che aveva solo diciannove anni, covava: c’erano volte in cui il disgusto aveva il sopravvento, soprattutto quando vedeva sul collo di Ofelia lividi viola.
Virginia non aveva mai incontrato dal vivo il fidanzato della madre ma lei ne parlava benissimo, creando nell’animo della ragazza non poca confusione. Aveva abbandonato lei, Ginevra, Achille e loro padre non per un uomo migliore, sotto un’ottica frivola Vittorio non era nemmeno bello… Era solo una persona violenta e manesca.
Virginia si ammalava ancora di più di rabbia quando ripensava che, in compenso, un uomo onesto e integro come suo padre era stato assassinato poco dopo il divorzio. Il suo corpo era stato rinvenuto la mattina presto dalla polizia, senza portafoglio e con un proiettile in fronte.
Da allora Virginia e i suoi fratelli erano andati a vivere dal nonno, il quale li aveva accolti a braccia aperte, pensando che prendendosi cura di loro forse avrebbe smesso di patire la perdita prematura della moglie.
Il tempo aveva curato alcune ferite, alleviato qualche amarezza e portato maturità e consapevolezza, ma il modo di Virginia di vedere e vivere il suo passato continuava ad aprire voragini e crepe dentro il suo cuore.
La bionda diede un occhio al panorama fuori dalla finestra: era sera e Roma era bella e malinconica. Le sarebbe piaciuto poterla vivere e prendere a morsi senza troppa frustrazione, e poi prendere a morsi la vita, anziché rimanere intrappolata in una realtà disfunzionale che non le permetteva di imboccare la sua strada nel mondo.
Si guardò per l’ultima volta allo specchio e decise che il suo aspetto andava bene.
Scese con calma le scale a chiocciola.
La casa del nonno era una struttura molto grande in stile barocco. Se paragonata alle case che aveva sempre frequentato quando andava a dormire da amici appariva eccentrica, singolare. A primo impatto qualcuno avrebbe potuto pensare che lei e la sua famiglia sguazzassero nell’oro.
In realtà il nonno paterno aveva ricevuto quella casa dalla madre. La bis-nonna aveva ereditato una grande fortuna grazie all’azienda di famiglia, prima di sparire, letteralmente, nel nulla, senza lasciare traccia di sé. Non fu mai più vista o ritrovata. L’azienda si era disgregata e a parte il lascito di quella strepitosa casa, il figlio non aveva condotto una vita ricca di lussi.
Adesso Virginia vedeva il nonno che l’aveva cresciuta con amore fare fatica a sopravvivere ogni giorno a causa dell’ictus che lo consumava anno dopo anno. La sua ultima figura genitoriale si stava spegnendo.
Vivevano in stretta economia, la ragazza aveva vinto una borsa di studio per andare all’università ma spiegarlo a suo fratello era impossibile e di certo non voleva chiedere l’aiuto economico e psicologico della madre assente.
Era tutto il giorno che si armava di pazienza in vista di quel ritrovo famigliare.
La sala grande della casa era stata allestita da spettacolari fiori di ogni colore, alle pareti color panna, con raffigurazioni celesti di angeli e arcangeli, erano stati appesi una moltitudine di palloncini blu. Per onorare l’aspetto antico ed elegante della casa erano state accese una ventina di candele.
Ofelia aveva l’ossessione per l’estetica, e guardando le pareti Virginia pensò che era stata molto brava ad abbellire così in fretta la casa mentre lei si truccava e preparava.
«Ti piacciono le candele, sorellì?», domandò Ginevra, la sua sorellina di sedici anni, una ragazza molto alta con lunghi capelli rosso fuoco, pelle avorio e occhi color ghiaccio. Ginevra negli anni era cresciuta in fretta, diventando pericolosamente molto bella, ma di carattere era rimasta infantile e immatura. Virginia faceva molti sacrifici nel tentativo di educarla e gestire la sua esuberanza.
«La mamma è stata una furia – una vera furia! – ci teneva molto a preparare la casa!», continuò Ginevra con un po’ di eccitazione. Non aveva mai accettato che loro madre le avesse abbandonate, e Virginia la vedeva pendere in modo fastidioso dalle labbra di Ofelia.
«Sono molto belle», rispose la sorella maggiore, contenendosi per non mostrarsi contrariata.
«Non è tutto! Vieni, ci ha fatto un regalo bestiale!», esclamò l’adolescente, entusiasta.
La sua esagerata allegria incuriosì Virginia.
«Che genere di regalo?».
«Un robot! Ti rendi conto? Un vero robot!», annunciò Ginevra. Aveva pensato di resistere e fare a Virginia una sorpresa, ma non era riuscita a trattenersi e aveva ceduto. «Speriamo che i protestanti in piazza di Spagna non ci rompano le palle, sarebbero capaci di mandarci in Vaticano e metterci al rogo», ridacchiò la giovane, che si esaltava per le vicende preoccupanti di cui parlavano ogni giorno i giornali da tre anni a quella parte, da quando modelli sofisticati di robot erano stati diffusi nella metà delle case del globo, dividendo la popolazione mondiale in favorevoli, allarmisti e estremisti.
«Non dire stupidaggini, la legge non vieta l’uso di robot! Voglio vederlo», disse Virginia, curiosa di conoscere quella tecnologia sensazionale.
«V-vi voglio bene, ragazzi», balbettò Ofelia, e si massaggiò i capelli corvini. Capitava sempre quando era nervosa e cercava di calmarsi con i suoi tic. La stratosferica bellezza estetica non le aveva mai conferito autostima e sicurezza in sé stessa.
Si sedette sulla sua poltrona preferita, vicino al camino.
Dalla porta di ingresso entrò il suo regalo: doveva avere sui trent’anni, alto, molto più umano di quello che Virginia si era aspettata, l’aspetto di un uomo maturo in perfetta salute fisica.
La ragazza pensò che non sembrava affatto un robot, non come quelli che si erano immaginati fino a tre anni prima, con circuiti e fili elettrici in vista.
Virginia guardò Achille: il fratello continuava a squadrare il robot, dubbioso. Poi sembrò apprezzare il lato positivo del regalo. «Di’ un po’, Ofelia, quanto lo hai pagato?».
«Ohw, ovvio che si tratta di un modello modesto in confronto a quelli che vendono in giro, ma mi hanno garantito che è molto efficiente. Mi è costato quasi quattromila euro».
Virginia sgranò gli occhi.
Sapeva che i robot erano costosi, sapeva che erano l’invenzione del secolo, ma non aveva sospettato che potessero arrivare ad una simile cifra. In realtà non si era mai interessata ai costi: aveva sempre pensato di non potersene permettere uno, e lo stesso valeva per i suoi amici. Quando camminava per strada e vedeva un negozio che li vendeva li ignorava. Una volta era entrata con Ginevra in un locale che vendeva solo modelli scadenti, di una qualità così scarsa che anche un bambino avrebbe capito che erano difettosi, e cercavano di rifilarli a novecento euro. Aveva pensato che un modello professionale dovesse costare poco più del doppio o qualcosa del genere.
«Vi aiuterà lui d’ora in poi con le faccende di casa! Ehm… prendetelo come un modo–p-per scusarmi per essere così impegnata», farfugliò Ofelia.
Sia Virginia che Achille erano infastiditi, ma erano diventati bravi a non mostrarlo, specie se c’era presente la loro madre. Riusciva ad influenzare solo Ginevra con le smancerie, infatti la ragazza la guardava con gli occhi lucidi.
«Ed è anche bravo a cucinare!», si riprese la donna, con ritrovata allegria. «Il tecnico che l’ha costruito doveva essere un grande cuoco, gli ha inserito nella memoria ricette straordinarie. Dev’essere stato questo ad aver fatto salire il prezzo! Ovviamente dovrete ricaricarlo una volta al mese, ma vi ho già p-pagato l’abbonamento per tutto l’anno, quindi non dovrete preoccuparvi neanche di quello! I b-buoni, aspettate che tirò fuori i buoni…!».
Mentre la madre si pavoneggiava del suo regalo e di tutto l’aiuto che avrebbe offerto loro, Virginia iniziò a fissare il soggetto.
Era molto serio, aveva lo sguardo fermo e inespressivo.
Si chiese che cosa passasse per la testa ad un robot…
Lui girò la testa in modo automatico verso di lei e fu inevitabile ritrarsi per lo spavento. Non si era aspettata tanta naturalezza.
Forse non si sarebbe mai abituata all’idea di avere qualcuno in casa che non riusciva ad identificare come una persona vera nonostante l’aspetto umano.
«A-allora?», domandò Ofelia, con un filo di polemica nel suo tono di voce.
«Grazie!», esclamò Achille con un sorriso falso.
Virginia lo imitò. «Grazie di cuore, ma’».